Safer Internet Day: fare del web un luogo positivo e sicuro

di rosalba miceli

Internet e le nuove tecnologie rappresentano un fenomeno culturale che rispecchia e amplifica molte delle nostre cattive abitudini (la chiacchiera fino alla calunnia e all’odio, la tendenza a non rispettare i confini interpersonali e intergenerazionali, il voyeurismo, e così via) e qualche virtù (l’attitudine alla relazionalità, la solidarietà, la compassione). La sicurezza in rete è divenuta un obiettivo prioritario. Ogni anno, nel mese di febbraio, si celebra il Safer Internet Day (SID), organizzato da INSAFE-INHOPE network, con il supporto della Commissione Europea, allo scopo di promuovere l’uso sicuro e responsabile del web e delle nuove tecnologie, in particolare tra i bambini e i giovani di tutto il mondo.

 

Be the change: unite for a better internet è lo slogan del SID 2017 che si terrà martedì 7 febbraio. Sul sito dedicato verranno segnalati i numerosi eventi e attività che si svolgeranno in quella giornata. Nel corso degli anni, il Safer Internet Day è divenuto un evento di riferimento nel calendario di sicurezza on-line, giungendo a coinvolgere oltre 100 Paesi. Anche in Italia il SID 2017 sarà celebrato il 7 febbraio e si svolgerà a Roma, presso gli spazi espositivi della Caserma Guido Reni, in Via Guido Reni, alla presenza di circa 1000 studenti e dei rappresentanti di Aziende, Associazioni e Istituzioni partecipanti all’Advisory Board di “Generazioni Connesse” (progetto che affronta le tematiche relative alla sicurezza in Rete e al rapporto tra giovani e nuovi media, coordinato dal MIUR, in partenariato col Ministero dell’Interno-Polizia Postale e delle Comunicazioni, l’Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza, Save the Children Italia, Telefono Azzurro, Università degli Studi di Firenze, Università degli studi di Roma “La Sapienza”, Skuola.net, Cooperativa E.D.I. e Movimento Difesa del Cittadino, Agenzia Dire).

 

Nell’ambito del progetto SIC – Safer Internet Centre Italia (“Generazioni Connesse”) è stato redatto un vademecum (reperibile online), una sorta di guida operativa per conoscere e orientarsi nella gestione di alcune problematiche connesse all’utilizzo delle tecnologie digitali da parte dei più giovani. Il vademecum si rivolge, in particolare, a genitori, insegnanti, operatori del sociale e della salute mentale, a professionisti dell’infanzia e, in generale, a tutti coloro che sono coinvolti nelle tematiche in questione o semplicemente interagiscono con il mondo giovanile.

 

Il documento è strutturato in due parti: una sezione dedicata all’approfondimento – con riferimenti teorici e operativi – di argomenti come il cyberbullismo, i siti pro-suicidio, i siti pro-anoressia e pro-bulimia, il gioco d’azzardo online, la pedopornografia online, l’adescamento online, il sexting (ovvero lo scambio di immagini o video, in particolare via cellulare, che ritraggono persone minorenni nude, seminude o in atteggiamenti sessuali), il commercio online, i videogiochi online e la dipendenza da Internet; una sezione con i riferimenti dei servizi a cui è possibile rivolgersi a livello regionale, qualora ci si trovi a dover gestire una situazione problematica.

 

«Possiamo immaginare la modernità – rispondeva Zygmunt Bauman a David Lyon in un libro intervista (Liquid Surveillance: a conversation, 2012, tradotto in Sesto Potere, Laterza, 2014) – come una spada con la sua lama affilata che preme continuamente sulle realtà esistenti». Essere genitori ed educatori oggi, stando al passo con i mutamenti sociali, è sempre più una sfida e necessita di metodi educativi sintonizzati con le nuove generazioni. «I ragazzi vivono così in un mondo in cui le cose che contano sono diverse da quelle che contano per i genitori. Ma il guaio è che è il loro mondo a essere quello ufficiale e riconosciuto, vezzeggiato e corteggiato, perché sono loro i nuovi consumatori», scrive il giornalista Antonio Polito nell’articolo-testimonianza I no impossibili dei genitori ai loro ragazzi (www.corriere.it, 13 gennaio 2017).

 

In occasione della giornata dedicata a un uso più sicuro e consapevole del web, il Centro Studi Erickson di Trento ha chiesto il parere di Serena Valorzi, psicologa e psicoterapeuta, esperta in prevenzione, formazione e trattamento delle New Addictions su alcuni interrogativi che si pongono i genitori sull’uso delle nuove tecnologie.

 

A che età posso dare uno smartphone a mio figlio? E come insegnargli un uso corretto dei social network in modo da impedire situazioni rischiose per sé e per gli altri?

«Prima di tutto dobbiamo chiederci se intendiamo fornire un mezzo potentissimo di contatto con il mondo virtuale a nostro figlio perché ne ha bisogno e gli sarà utile davvero o se lo facciamo perché siamo molto ansiosi, vogliamo “proteggerlo” o abbiamo paura che ci ritenga genitori cattivi. L’attenzione va posta su cosa fa bene a loro, non su cosa sembra far bene a noi. Senza dubbio, prima di dare uno smartphone, dovremmo aver vissuto un periodo di transizione in cui usiamo insieme il nostro, anche per comunicare con WhatsApp. In questo modo è più facile commentare insieme ciò che va bene scrivere e condividere, che linguaggio usare e via dicendo.

 

Dobbiamo sempre cercare di essere buoni modelli: spegnerlo di notte o ai pasti, non lasciarci interrompere dalle notifiche se stiamo parlando con qualcuno. Poi, quando penseremo che nostro figlio sia abbastanza grande e abbia fatto un’adeguata “gavetta” condivisa con noi, informato di tutti i rischi in cui si può incorrere e con la raccomandazione di parlare subito se ci fosse qualche problema, possiamo regalarglielo. È importante fare però un accordo: ogni tanto guarderemo i contenuti e fisseremo degli orari per evitare un accesso continuo. Ricordiamoci sempre che sono oggetti molto distraenti e molto più attraenti dello studio!»

 

Mia figlia in prima media continua a cambiare la foto del profilo di WhatsApp. È un comportamento normale?

«È normale che una ragazzina stia cercando di costruire la sua identità modificando l’acconciatura o l’espressione del viso o provando vestiti diversi. E che faccia delle foto di sé e delle amiche è una cosa carina se sono foto che non vogliono ridicolizzare nessuno. Ma dobbiamo porci altre domande prima. Perché ha la necessità di mostrare in rete queste prove di identità? (ha bisogno di essere vista? e da chi?) e, prima di avere il suo smartphone, le è stato spiegato che quell’immagine può essere salvata da chiunque? Noi genitori abbiamo pensato di darle la regola che, poiché è ancora piccola, il telefono è a nostro nome e ne siamo responsabili, e si sta affacciando a un mondo complesso, per il momento concordiamo insieme quali siano foto appropriate da pubblicare? La stiamo aiutando a distinguere tra diversi stili di comunicazione del gruppo (in modo che sappia bloccare eventuali offese e non le utilizzi lei stessa) o ci siamo già arresi di fronte a una pretesa di privacy (a 11/12 anni? allora non dovremmo neppure andare a udienza a scuola…) che diventa negligenza educativa?

 

Dato per assodato che dovremmo sapere che potrebbero avere un profilo WhatsApp solo le persone di 16 anni e nostra figlia è molto più piccola… Se abbiamo pensato a tutto questo, nostra figlia è proprio fortunata perché ha dei genitori che si sono informati e le danno conferma ogni giorno, con le regole, il dialogo e le riflessioni condivise, di quanto tengono a lei».

http://www.lastampa.it/2017/01/26/scienza/galassiamente/safer-internet-day-fare-del-web-un-luogo-positivo-e-sicuro-7D0SYBVbNC9J38qqx3EthK/pagina.html

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